Giuseppe Albanese è innanzitutto un virtuoso del pianoforte. Ciò che ha dimostrato all’Auditorium San Barnaba è un’indubbia riprova del suo ispirato talento. Ma sbaglia, chi si ferma alla sola tecnica: sotto la velocità, l’improvviso, lo spettacolo, le giravolte, in Giuseppe Albanese v’è un piano di lettura ben più profondo e ragionato. Non a caso, come emerge dalle brevi esposizioni che, dialogando e scherzando col pubblico, il calabrese propone prima di ogni sezione del concerto, si palesa chiaramente quel sostrato di conoscenza e consapevolezza che lo contraddistingue (Albanese è laureato in filosofia con una tesi sull’Estetica di Liszt). Macchina e mente, attore e regista, dunque: si sdoppia l’anima del pianista, in una serata provvista di un percorso tematico dedicato, principalmente, al cinema. 

Sembrerebbe un concerto “pop” quello che nasce con le note de “Il Casanova” di Nino Rota, uno dei lavori meno noti del grande compositore italiano. Nel Casanova “lui ha fatto la musica migliore in assoluto di tutti i film di Fellini”, ha detto Ennio Morricone, uno di cui, probabilmente, c’è da fidarsi. 

Lo stesso Morricone sarà successivamente rappresentato con “La leggenda del pianista sull’oceano”. Sul ruolo che il Maestro occupa nella storia del cinema, italiano e non, sul lascito artistico della sua musica e di quelle che, forse, sono divenute-anche-le sue storie “nol domandar lettor, ch’io non lo scrivo.” 

Fra i grandi, in ogni caso, Albanese si sente davvero a suo agio: muovendosi cautamente e con sicurezza fra le note di Nyman (Lezioni di Piano) e Williams (Harry Potter) il pianista sembra un leone in cattività, che scodinzola inerte chiuso in un recinto. 

È quando si passa a Nicola Campogrande,  Emanuele Casale e Carlo Boccadoro, tre compositori italiani contemporanei, che l’animale si libera ed esce dalla gabbia. “Preludi da viaggio”, “Piano Musica” e “Succede ai pianoforti di fiamme nere” sono tre opere che si confanno pienamente alla poetica sonora del pianista, fatta di vorticose velocità, sovrapposizioni, slanci, salti, rovesciamenti: in una parola, virtuosismi. 

Nel brano composto da Boccadoro proprio per lui, Albanese dà il meglio di sé, quando più volte distoglie gli occhi dalla tastiera, addirittura batte le mani fra una frenesia e l’altra. 

E quando tutto sembra compiuto, dopo un’ultima impervia accelerazione, si torna dove si era iniziato, al cinema; o meglio, un po’ prima: si torna all’antesignano del cinema, il melodramma. Le “Reminiscénes” dalla “Norma” di Vincenzo Bellini sono prova di un altro virtuosismo, quello di Franz Liszt. La narrazione è più lineare, ma altrettanto impattante: la tragica storia dell’opera originale è condensata in quindici minuti e tre movimenti di lancinante forza emotiva.

Quasi senza accorgercene le note divengono quelle del Notturno N.20 di Chopin, un fuori programma che Albanese ci regala. E quando, infine, al pianoforte viene concesso un po’ di riposo, questa sera di fine primavera ci pare ben più ispirata, come se dietro ai nostri passi ci incalzasse, in sottofondo, la colonna sonora della vita. 

Pietro Keller