Uno degli appuntamenti più attesi al Festival ogni anno è quello col pianista russo Grigorij Sokolov. Puntualmente lascia il pubblico in estasi e questo venerdì non è stato da meno.

Un programma insolito, oltretutto considerando il tema del Festival di quest’anno, il Novecento. Sokolov presenta una prima parte di programma incentrata su Henry Purcell (1659-1695). Le opere di Purcell, nate originariamente per clavicembalo, sono state rese da Sokolov in modo impeccabile, con un approccio che ha saputo suscitare l’illusione di un suono clavicembalistico, tramite un piglio espressivo ed emozionante. Sokolov si mette al servizio della bellezza e della forma e grazie ad un suono sublime, estremamente dettagliato e a sfumature dinamiche, ridona vita e luce a queste brevi opere.

Segue poi la Sonata di Mozart K333 affrontata intimamente, ma con estrema brillantezza e freschezza, donando così all’opera una chiave di lettura nuova e colorata; la ricerca timbrica e sonora fenomenali lo riconfermano decennio dopo decennio come uno dei pianisti più originali e sensibili di sempre.

Con l’ “Adagio K540” di Mozart incanta la sala con delicatezza e raffinatezza nelle scelte espressive. Scrosci di applausi infiniti sono stati accontentati da ben 6 fuori programma. Il Maestro ha spaziato tra ‘800 e ‘900, da un preludio di Chopin ad uno di Bach-Siloti, iniziando con uno dei suoi ormai pezzi miliari: “Les Sauvages” di Rameau. Il suono di Sokolov è sempre intenso e con grande capacità trova piccoli dettagli che, se spesso passano inosservati, con lui diventano protagonisti.

Prosegue poi con il Preludio in Sib+ di Rachmaninoff dall’Op.23, in cui riconferma anche un lato di sé che per il resto del concerto era rimasto sommesso, sottolineando la sua grande versatilità nel trattare tutti i periodi storici e nel saper spaziare ampiamente nella letteratura pianistica.

Marta Gianola