Presentare un programma barocco e classico nel corso di una manifestazione dedicata al Novecento potrebbe sembrare un’assurdità. Eppure, per quanto possa far sorridere leggere sul cartellone i nomi di Henry Purcell e Wolfgang Amadeus Mozart accanto a quelli di Igor Stravinskij, György Ligeti e Dmitrij Šostakovič, per Grigorij Sokolov non sembra essere un problema.

Il viaggio proposto dal pianista russo si svolge all’interno di un universo in cui la raffinatezza e la ricercatezza regnano sovrane, rendendo il concerto una piccola gemma incastonata al centro di un prezioso diadema. L’abilità principale di Sokolov è indubbiamente quella di far scaturire dallo strumento un suono pulito e limpido, seguendo un’idea musicale ben misurata; questo si coglie specialmente nella parte del concerto dedicata a Purcell: sebbene il repertorio del compositore inglese sia stato pensato per clavicembalo, l’artista si dimostra in grado di ricreare fedelmente il gusto barocco grazie a brillantezza nell’esecuzione dei trilli, cantabilità nei brani in tonalità minore (tra cui il celeberrimo Round O ZT 684, trascrizione per tastiera del Rondeau dalla suite di musiche di scena per Abdelazer) e suggestioni ipnotiche che riportano alla mente il linguaggio bachiano.

L’interpretazione della Sonata in si bemolle maggiore KV 333 e dell’Adagio in si minore KV 540 di Mozart non è da meno in quanto a gusto ed eleganza. Le due composizioni, in particolare la seconda, si discostano dal linguaggio spensierato e leggero per cui il genio salisburghese è noto al grande pubblico e si inseriscono in un contesto piú intimo ed espressivo che lascia presagire uno spiraglio di luce verso il romanticismo: Sokolov aiuta a cogliere questo particolare pathos attraverso un tocco delicato ed un’ottima differenziazione dinamica.

Nei sei bis concessi al pubblico, il pianista ricorda l’itinerario partito dal passato ed allo stesso tempo offre uno slancio verso il futuro proponendo pezzi di Rameau, Bach, Chopin e Rachmaninov; un messaggio, forse, per ricordarci che senza la tradizione non esisterebbe l’avanguardia.

Elisabetta Nessi