Katia e Marielle Labeque occupano, fra le coppie più prolifiche e di successo della musica classica, un loro peculiarissimo spazio. Le sorelle francesi sono infatti uniche per sinergia, virtuosismo, energia: qualità, queste, che al pianoforte risaltano nel continuo intrecciarsi e completarsi, nella loro complementarietà. Sono legate in maniera così intrinseca che la musica sembra modellarsi alle loro necessità, compiersi  pienamente soltanto nel gioco di contrasti che le due realizzano sapientemente.

Quando le sorelle Labeque compaiono sul palco del Teatro Grande, stelle di questa nuova serata del Festival Pianistico, esso è pervaso da una luce viola e soffusa, che introduce il tono di una serata leggera e fanciullesca.

La musica delle Epigraphes Antiques di Debussy suggerisce fin da subito un succedersi di sfumate eppure vivide impressioni, che rientrano nel solco simbolista e impressionista caratteristico del compositore. Le sorelle accennano soltanto, sulla tastiera, movimenti e sentimenti ora inquieti ora leggeri, ora malinconici ora inconsci. 

Nell’atmosfera onirica e trasognata della Belle Epoque la transizione alla Fantasia in Fa minore di Schubert è sfumata, quasi impercettibile. Katia e Marielle passano dal “duo pianistico” ad un’interpretazione a quattro mani, com’era originariamente prescritto, dell’opera di Schubert. Sulle orme di Liszt, il compositore austriaco ordina, fra i quattro movimenti dell’opera, una ordinata espressione di libertà, di classicità che interagisce con la sensibilità romantica. Così le due interpreti interagiscono fra loro, accostando grandi slanci a lente riflessioni, sempre mantenendo, pur nel forte dinamismo-sembrano conformarsi alla musica, abbracciare con la mente e il corpo il suo incedere-una scorrevole fluidità, un percorso lineare e virtuoso. 

Le impressioni vagano a lungo, fra gli applausi della sala, e si posano infine su cinque scene, cinque immagini che raccontano una storia e che riportano all’età dell’infanzia. La fiaba della Bella e la Bestia, Pollicino ed altre prendono vita da “Ma mere l’Oye”, suite di Maurice Ravel.Il Grande è ora pervaso da delicatezza, eleganza, virtuosa semplicità. Il duo accompagna dolcemente, descrive un’atmosfera fanciullesca, in un certo senso misteriosa e nascosta, lontana, per alcuni minuti, dai rumori e dai clamori della città.

Anche West Side Story, il musical poi divenuto film di successo di Leonard Bernstein, è in sé una fiaba, ripresa moderna della tragedia shakespeariana di Romeo e Giulietta nell’America degli Anni 50.Il cambio di registro è tuttavia immediato e palese: tornate al duo pianistico, le sorelle ora dialogano con slancio ed energia sulle note della lotta fra bande, coinvolgendo più volte, in una partecipata atmosfera di complicità, il pubblico. Più volte le Labeque fingono di abbandonare il palco, congedate ogni volta da scroscianti applausi; e più volte concedono un altro po’ del grande talento con cui hanno voluto omaggiare il pubblico bresciano.

Le luci si riaccendono e il viola sullo sfondo, seguito da Katia e Marielle, si allontana, ma rimane al termine della serata un sentore complesso, e misterioso come la musica. Di esso si percepisce soltanto  una caratteristica essenziale: la genuina serenità che ci ha restituito la storia di un fanciullo, stasera, al Teatro Grande di Brescia.

Pietro Keller