Fin dalle prime note della Love song per archi, pianoforte e percussioni di Silvia Colasanti, pezzo di apertura della terza serata del Festival Pianistico Internazionale, si coglie la costante dell’intero concerto: un clima stridente e teso intervallato da qualche fugace momento di serenità, il tutto calato in un’atmosfera decisamente piú raccolta, forse dovuta al pubblico un po’ meno numeroso rispetto agli scorsi appuntamenti della manifestazione. Sembra una metafora della guerra che imperversa da piú di un anno tra Russia e Ucraina, con un tentativo di pacificazione attraverso la musica: l’orchestra dei Virtuosi di Kiev, diretta da Dmitry Yablonsky, si esibisce sul palcoscenico del Teatro Donizetti insieme al pianista russo Boris Petrushansky.

Alla composizione di Colasanti, che fa ampio utilizzo delle tecniche estese degli archi e dona al pianoforte una scrittura di grande respiro - a tratti quasi jazzistica - segue lo stilisticamente opposto Concerto per pianoforte e orchestra in La maggiore KV 414 di Wolfgang Amadeus Mozart. Petrushansky si concede molte libertà espressive ed interpretative, dando al brano uno stampo piú romantico che classico, ma viene prontamente seguito dall’orchestra che lo accompagna con precisione in ogni rallentato ed in ogni rubato. Il carattere intimistico dell’esibizione, che ruota prevalentemente intorno a dinamiche tenui e tendenti al piano, si ritrova anche nei tre bis presentati dal pianista: la Polka di Dmitrij Šostakovič, il Momento musicale n. 3 di Franz Schubert e la Sonata in Do maggiore K 159 di Domenico Scarlatti.

La seconda parte del concerto, nella quale vengono proposti due brani di autori contemporanei di nazionalità ucraina, suggella il palpabile clima di sofferenza dovuto al conflitto. Il Concerto per violoncello in Fa maggiore di Alexey Shor - che vede Yablonsky in veste di solista - è scritto con un linguaggio lineare di matrice classica, tuttavia nel corso dell’esecuzione si assiste ad un contrasto tra momenti di grande cantabilità (specialmente nel secondo movimento) e passaggi virtuosistici confusi e spezzati, quasi singhiozzanti. Dopo aver concesso al pubblico due bis, Yablonsky torna a dirigere l’orchestra e conclude la serata con The Messenger di Valentyn Syl’vestrov, pezzo di carattere malinconico colmo di citazioni tratte da opere mozartiane. Se la pace è ancora lontana, spes ultima dea.

Elisabetta Nessi