Assistere ad un concerto dalla platea ha un sapore diverso: quello del privilegio. È l’equivalente del “parterre” nei concerti da tutto esaurito dei cantanti odierni: vedere l’artista a grandezza naturale, il brivido di poterlo quasi sfiorare e la vicinanza alla gente.

La serata si apre con Love Song per pianoforte di Silvia Colasanti: i suoni decisi e taglienti degli archi dei Kyiv Virtuosi si compenetrano e completano la dolcezza e il fluire naturale del pianoforte di Boris Petrushansky, con un perfetto controllo del volume.

Il secondo pezzo è un tributo all’infanzia di chi come me ha trascorso la prima decina d’anni della propria vita conoscendo pochi altri oltre a Mozart nel mondo della musica classica: il concerto in la maggiore n. 12 K 414 rispecchia a pieno l’idea audace, avvolgente e passionale che il giovane d’oggi ha del compositore viennese, in un botta e risposta virtuosistico tra archi e pianoforte.

Poco prima dell’intervallo il maestro Petrushansky sorprende il pubblico con particolari intermezzi dal ritmo allegro e surreale.

Il concerto per violoncello in fa maggiore di Shor è la dolce ma frizzante colonna sonora che ognuno vorrebbe per la propria vita. La perfetta sincronia tra il violoncello di Dmitry Yablonsky e gli archi dell’orchestra da egli stesso fondata, dai suoni a tratti solennemente malinconici, è riscontrabile anche con la vista, oltre che con l’udito: gli archetti, che circondano Yablonsky a formare una sorta di corona, salgono e scendono collettivamente. The Messenger di Silvestrov è il perfetto finale del concerto: culla il pubblico con la sua dolcezza nella fluidità dei suoi suoni, con gli archi dei Kyiv virtuosi a fare da aura al pianoforte di Iryna Starodup.

La degna conclusione della serata è stata per noi Piano Reporter la visita dietro le quinte, al cospetto di una platea ormai vuota, svelati i trucchi della magia nascosta agli occhi del pubblico.

Marta Volonghi