Un protagonista d’eccezione al concerto inaugurale della sessantesima edizione del Festival: Michail Pletnev. Il concerto si è aperto con “Vocalise op 34 n 14” di S.Rachmaninov per poi lasciare spazio al vero protagonista della serata: il secondo concerto per pianoforte e orchestra dello stesso autore. Caposaldo della letteratura pianistica prometteva al pubblico, come da tradizione, un’esperienza energica, travolgente, figlia del virtuosismo estremo e dalla continua e spasmodica ricerca di pathos tipica dello stile del compositore. Pletnev però ha sicuramente stupito, offrendo al pubblico una performance più intima e meno improntata al puro esibizionismo; ci sono concerti per cui è complesso trovare una definizione adeguata senza cadere in descrizioni banali o nella retorica.

La ricerca sonora del pianista ha creato un’atmosfera mistica, la morbidezza del tocco di Pletnev cancellava la percezione dei martelletti sulle corde, il pianoforte sembrava respirare sotto gli impulsi dell’uomo che lo governava.

Il culmine della tensione è stato raggiunto con il bis, altro celebre pezzo della letteratura pianistica russa: “The Lark di Glinka/Balakiriev”; Pletnev da solista ha espresso al meglio i colori che questo pezzo poteva offrire con delle dinamiche estreme soprattutto nel pianissimo che invogliavano a trattenere il respiro per non perdere nemmeno un secondo.

La vera criticità del concerto è stata il confronto con l’orchestra guidata da P.C.Orizio. Il suono ricercato dal pianista si scontrava spesso con la visione più “accademica” dell’esecuzione orchestrale che a tratti lasciava poco spazio alla musicalità preferendo la praticità e la precisione nella forma.

Nella seconda parte del concerto l’orchestra ha eseguito la nona sinfonia di Shostakovich; grande nota di merito alle parti solistiche in questa sinfonia.

Matteo Testa