In occasione di Brescia-Bergamo capitale della Cultura 2023, la 60° edizione del Festival pianistico è stata informalmente inaugurata il 22 aprile, con un concerto speciale che ha portato al Teatro Grande due composizioni di due giganti della musica classica novecentesca: Rachmaninov e Čajkovskij.

La serata ha avuto risvolti positivi e degni di rappresentare la vita mondana bresciana e non, con ospiti provenienti dal campo della politica e dell’imprenditoria; interessante il discorso di Vittorio Sgarbi, che sottolinea marcatamente come l’esilio di artisti e compositori russi sia errata e senza giustizia.

I veri protagonisti dell’evento sono stati però coloro che hanno creato l’atmosfera in teatro, mediante una composizione del suono dolce ma decisa, mai banale e soprattutto poco o per niente noiosa: sto parlando di Riccardo Chailly (direttore d’orchestra), Mao Fujita (pianista) e della Filarmonica Della Scala.

Per la prima parte della serata, la scelta di repertorio è ricaduta sulla composizione più conosciuta di Rachmaninov, ossia il Concerto n.3. Essa è una prova di virtuosismo per il pianista, che ha un ruolo quasi sempre di dominanza ma allo stesso tempo di accompagnamento dell'orchestra: ruolo che riesce egregiamente a Mao Fujita, il quale dimostra le sue straordinarie doti non solo pianistiche, ma anche interpretative, riuscendo ad amalgamarsi talora con gli archi talaltra coi fiati molto omogeneamente, quasi come se ci fosse una conversazione tra gli strumenti. Gli elementi principali del Concerto sono la varietà di ritmi e le accelerazioni e decelerazioni particolarmente accentuate da Chailly, oltre alla duplice realtà degli archi e dei fiati che si legano indissolubilmente tra di loro, i quali rimembrano momenti di serenità e volteggio con momenti di rabbia e dispersione. A performance finita, vi è stato un applauso durato oltre cinque minuti per il pianista.

Post intervallo, il turno è della “Patetica” di Čajkovskij, composizione che è stata suonata con un pathos intensificato, grazie agli archi che sono riusciti ad evocare una sensazione di pace e rassegnazione mista a rabbia e disperazione, causata dall’inevitabile irrompere del destino, come se ogni cambio ritmico fosse dato dall’arrivo di una forza trascendente, che si rivelerà nel finale mediante l’uso del contrabbasso suonato sempre più piano e pacatamente. Degna di nota è l’ottima riuscita della ricerca di un sentimento angoscioso, malinconico, quasi funebre, che ha reso l’interpretazione magistrale.

Nicola Valer